Ecriture Plastique

‘…perché tutto possa esistere, è necessario il niente’ (Marina Cvetaeva)

Da questo concetto assoluto, svuotamento interiore e fisico, sono giunta attraverso diversificate ed intense esperienze pittoriche/scultoree ad una Materializzazione della scrittura, attraverso lo studio e conseguente riappropriazione dei segni-simboli del nostro passato siano essi arcaici, etruschi, egizi, micenei o minoici. Sono intervenuta in alcune di quelle zone di frontiera, dove le vecchie barriere sono cadute e il campo è aperto a nuovi linguaggi, riferimenti evocativi ad antichi sistemi di scrittura. Ne ho posto in gioco la decifrabilità latente ma anche la perentoria indecifrabilità…Con questi viaggi ipertestuali da un’epoca all’altra. Dalla pittura alla scrittura, ho voluto sottolineare un’archelogia in atto, un salto nell’intemporale.

(F.Fedi)

la Fedi propone espliciti riferimenti archeologici ed antropologici, dove la genesi del formato e del segno individuale dell’artista ripercorre, per allusioni, lo sviluppo storico del linguaggio scritto, a partire dalle possibili origini magiche o, almeno, mitico-rituali (Giorgio Zanchetti 2006)

…l’artista,in pratica, applica la regola del silenzio (una regola monastica, come si sa) vuoi alla materia pittorica in senso stretto, in modo che niente possa informare e nulla possa descrivere e raccontare. (Emilio Isgro’ 1996)


Donatella Airoldi
Il cosmo oscuro di Fernanda Fedi

“L’uso della ragione rende le cose trasparenti allo spirito. Ma il trasparente non si vede. Si vede l’opaco attraverso il trasparente, l’opaco che era nascosto quando il trasparente non era trasparente.” (Simone Weil)

Non so se lei sia donna di fede, se pensieri, immagini e parole le sovvengano in severe riflessioni logiche oppure in inquiete notti insonni intercalate da sogni ad occhi aperti, non so se elabori silenziosamente nel buio il senso e i movimenti che nascono dalla memoria, dalla terra, dal fuoco, dagli innumerevoli miscugli chimici che si fondono o che invece ostinatamente non vogliono mischiarsi.

Fernanda Fedi é artista di essenzialità filosofica e di poche parole. Gli approfondimenti e gli studi a monte, a partire dalle filosofie orientali e occidentali, affiorano evidenti nei suoi lavori dove lasciano il concetto astratto per inserirsi in una materia operaia, plasmata e manuale che sorvola e rasenta le diverse fedi e credenze.

In questa mostra si alternano stelae rettangolari sormontate da forme triangolari e semicircolari con altre poste obliquamente sulla parete dai colori neri-rossi e lame eterne di luce d’oro che nella loro insolita installazione reciproca inducono a multiformi e complessi piani di proiezione. Colori intensi di gialli, ocra, blu e neri sono frammisti ad eccessi d’oro scambiati sovente con altri metalli preziosi quali l’argento e il rame usati forse quali potenti dissuasori di un senso univoco della percezione in grado di aprire ipotetici infiniti mondi coesistenti e paralleli.

Sono opere dove vulcani giganteschi si sono appena risvegliati tormentando la terra dai loro inferi. Tele in cui sembra scandita la creazione dei mondi, dal buio profondo della reminiscenza fino alla luce del sapere. La sacralità mistica e la miseria terrena, la disperazione immanente e il tempo-spazio infinito ci balzano addosso in un’altalena continua attraverso atmosfere fluttuanti e misteriose lontane nel tempo e nello spazio.

Molti di questi lavori hanno la caratteristica di collocarsi tra una scala reale, Sc. 1:1, usata per la scrittura e una scala ridotta all’ennesima potenza usata per il “fondo”, magma sideralico e incommensurabile. Non sono quindi oggetti precisati e corrispondenti alla loro misura fisica, ma quadri-frammento come se un ipotetico scatto fotografico avesse compresso un panorama stellare immaginario in un rettangolo di tela. Su questo strato oltre il limite il materializzarsi di una scrittura che sembra scrittura ci riporta per un attimo a una dimensione reale e definita, ma solo per poco perché questa scrittura sfugge a sua volta ad ogni imbrigliamento limitante.

Esplicita è qui l’intenzione di ampliare ed esplorare il senso profondo e altro di opere già esistenti: mutazioni, trasmutazioni, trasformazioni, rivisitazioni. Sono l’attimo di un’esistenza, ma anche tutta l’esistenza, sintesi di un passato e di un dopo che si sta plasmando.

Stelae che vibrano materia viva come e quasi il coro di una remota abbazia dispersa negli Evi bui. Immaginiamo il cantilenare dei frati, il colore dei sai, dei sandali, dei cappucci, colore denso scuro come sangue che esce dalle vene e prende corpo e materia e si scopre attore inferocito della vita.

Sono Opere-Parole che viaggiano in spazi profondi, prendono la via dei venti e compongono liriche e drammi scoprendo che nei fondali e negli inferni vulcanici non vi è alcuna necessità d’ossigeno. Il colore scuro è la via della vita sotterranea, terra che si scopre fautrice di movimenti apocalittici, terremoti, inondazioni, potere estremo di moti e fluttuazioni che creano lucenti universi, galassie, o distruggono mondi forse già morenti.

L’artista congiunge le sue pitture dubitanti, tenebrose, ancestrali, ad apparenti scritture, lettere indecifrabili, etrusche, greche, dorate, ramate, sillabe mai viste, segni di una lingua che vorrebbe tradurre o trasformare gli elementi in illeggibili o intraducibili sensi. Sono alfabeti emersi dall’inconscio e dalla notte dei tempi che non formano parole, frasi, racconti perché sono forse costellazioni astrali nascoste e occultate alla visione del comune umano o perché sono testimonianze dell’inconosciuto e dell’incomprimibile, limitate da corpi cosmici che nell’atmosfera si dissolvono, materia magmatica ribollente che tutto attira e ingloba nelle sue profondità.

Sono sequenze di materia che si squarciano per rivelare l’abisso o lo spazio dell’universo, profondità oscure con il cielo che si traveste da terra e la terra da cielo.

Un sentimento di religiosità profana e mistica permea ogni cosa per effetto della pacata interrelazione delle tele che costituiscono l’installazione centrale e per l’equilibrio della scansione e ieraticità dei suoi elementi che riecheggiano schemi conosciuti e introiettati, ci riportano ad antiche cerimonie, preghiere e canti corali, fedi e riti certi, comandamenti, regole di vita che portano all’immortalità, alla sicurezza di possedere il senso dell’esistenza.

Dice Pascal: “La memoria, la gioia sono dei sentimenti, e anche le proporzioni geometriche diventano sentimento perché la ragione rende naturali i sentimenti e i sentimenti naturali vengono cancellati dalla ragione.”

Le opere di Fernanda interrogano continuamente e a più voci l’interlocutore sul concetto del divenire, sui diverbi esistenziali, ci introducono in visioni astratte e complesse, buchi neri dove la profondità non ha confine perché si perde in pianeti impercettibili, invisibili, che la nebulosa riconosce e scruta per restituirci il mistero del noi, dell’essere e dell’impossibile.

Nelle sue opere il mondo reale non è mai rappresentato se non nei suoi aspetti perturbanti e in fieri, dell’intero genere umano appaiono soltanto tracce appena individuabili, tutto è già forse finito o forse, in una sorta di preveggenza o monito, potrebbe presto finire.

E’ questo che probabilmente Fernanda Fedi ci propone: un risveglio dai torpori narcotizzati delle umani genti per cercare altre dimensioni, vie, un timore della possibile totale distruzione del cosmo: mari, mondi, acqua, aria e il nostro ambiguo sangue di traditori, per vil denaro, del senso della vita.

E’ come se ci mettesse continuamente in guardia sui pericoli di una continua e sovrastante distruzione del pianeta terra dove l’essere non è che un pulviscolo nell’infinito spazio celeste.

Lei ci suggerisce che questa vita è un passaggio di vento, una sillaba fiatata divorata dal suolo.

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